Il 20 aprile 2012, nelle aule del Dipartimento TeSIS dell'Universita di Verona, a cura
del Network dei Sociologi del Consumi si è tenuta una intensa
giornata di studi su Consumo e Cultura Materiale, dal titolo: “Why
things mean?” che ha visto nella mattinata la
partecipazione di Daniel Miller (Material Culture, University College London) e Roberta
Sassatelli (Sociologia dei Processi Culturali, Università di
Milano), e nella seconda fase le relazioni di Domenico Secondulfo (Sociologia, Università di Verona), Francesca Setiffi, (Sociologia, Scienze della Formazione, Università di Padova), Lorenzo Migliorati (Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, Università di Verona) e Debora Viviani (Sociologia e Psicologia dei Consumi, Università di Verona).
La giornata si è aperta con i saluti
al convegno da parte del direttore del Dipartimento TeSIS, Gian
Paolo Romagnani, che ha voluto andare
al di là delle cortesie di rito per mettere in luce quanto la tematica della Cultura Materiale e del
Consumo abbia contribuito, oltre alla trasformazione di scienze
sociali come la sociologia e l'antropologia, anche ad un profondo mutamento dei paradigmi di analisi degli storici, da
Braudel in poi, sottolineando che sul terreno
dello studio della cultura materiale è possibile ed auspicabile un
incontro efficace fra tutte queste discipline.
Quindi il convegno è entrato nel vivo con la relazione di Daniel Miller, antropologo e studioso di Material Culture presso l’University College di Londra, che ha presentato un intervento dal titolo: "Why Denim? How Material Culture Studies explains consumption and contributes to academic theory".
Miller conduce da quasi venticinque anni (Material Culture and Mass Consumption è del 1987) un lavoro approfondito di ricerca e teorizzazione sulla cultura materiale l'approvvigionamento quotidiano dei beni di consumo e l'intreccio di queste dinamiche con quelle del capitalismo inteso sia come fenomeno globale che come specifica e locale manifestazione etnografica. Studi esemplari in questo senso sono i suoi lavori: "Capiitalism. An Ethnographic approach"(1997) e "A theory of shopping" (1998).
Sociologia
del benessere – la religione laica della borghesia
Per Franco Angeli è stato pubblicato alcune settimane fa un libro a cura del sociologo Domenico Secondulfo, Ordinario di Sociologia alla Facoltà di Lettere dell'Università di Verona, che si è occupato a lungo di "strutture del consumo", inserendo il concetto le pratiche sociali legate alla salute all'interno della riflessione sul consumo. Questa direzione di ricerca, molto interessante, ha compiuto un passo ulteriore con l'ultimo lavoro: Sociologia del Benessere.
Ecco la breve presentazione a cura dello stesso autore:
Nella sua evoluzione, la
sociologia, seguendo la strada tracciata da altre discipline che si
occupano dell'uomo, ha consolidato in larga parte un orientamento
curativo verso la società, ritrovando la propria utilità, nel poter
dare un contributo allo studio delle "patologie" sociali,
allo scopo di guarirle, risolverle o comunque lenirle.
Sia l'impostazione
cattolica, sia quella liberale o quella marxiana si sono allineate in
questa prospettiva con l'idea di contribuire al miglioramento ed al
benessere della società in maniera sottrattiva, individuando i
malesseri e la loro eziologia per sradicarli o risolverli, aumentando
così il positivo funzionamento della società. Molto scarso è
sempre stato invece l'orientamento opposto, quello cioè di
contribuire ad aumentare il benessere della società studiando,
appunto, come questo benessere si generava, si articolava, e poteva
magari essere aumentato, intervenendo in modo additivo sui processi
positivi anziché in modo sottrattivo su quelli negativi
Organizational Ethnography, una review sul sito OAC
Open Anthropology Cooperative offre una ricca panoramica di gruppi di discussione, seminari online interessanti e una serie di "book reviews" fra cui ho trovato stimolante il commento a questo libro del 2009 sull'etnografia delle organizzazioni.
L'autrice del commento Stacy A A Hope sottopone a critica tutti i contributi che compongono la raccolta, sottolineando come l'approccio al "metodo etnografico" da parte dei vari collaboratori non arriva a cogliere pienamente la specificità di un approccio etnografico, soprattutto dal punto di vista teorico, limitando la portata dei propri suggerimenti ad una serie di consigli pratici sul modo di ridurre "l'ansia" da fieldwork. Nell'insieme però ne riconosce la validità "ponte" gettato fra le discipline dell'antyropologia e degli studi sulle organizzazioni, specialmente per permettere ai secondi di avvalersi di alcuni concetti e attrezzi metodologici elaborati in ambito antropologico